Il Reddito Energetico: una soluzione italiana per combattere la Povertà Energetica

di Matteo Greco - Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa


Concepito e sviluppato per la prima volta, nel 2017, dal Comune sardo di Porto Torres (SS) in collaborazione con il Gestore Servizi Energetici (GSE), il Reddito Energetico è una misura di contrasto alla Povertà Energetica (PE) a carattere strutturale. Incentrato sull’utilizzo delle c.d. “domestic renewables”, il RE è stato valutato dall’Energy Poverty Advisory Hub come un “inspiring case” per la sua capacità di coniugare politiche sociali e ambientali in un'unica soluzione efficace.

Il meccanismo di funzionamento del RE è semplice: lo Stato o le autorità locali finanziano l’installazione di impianti fotovoltaici su abitazioni private in cui vivono utenti in condizioni di fragilità socio-economica. L’energia prodotta da questi impianti non solo riduce i costi delle bollette energetiche per le famiglie coinvolte, ma genera anche un surplus di energia che viene immesso nella rete elettrica nazionale. Questo surplus viene venduto e i ricavi generati sono utilizzati per finanziare ulteriormente l’iniziativa, secondo lo schema del fondo rotativo, creando un circolo virtuoso di sostenibilità economica, sociale e ambientale. Pertanto, il RE non si esaurisce in una mera elargizione di denaro, ma richiede necessariamente la partecipazione attiva del soggetto beneficiario, il quale è incentivato a valorizzare il più possibile l’autoconsumo di energia prodotta da fonti rinnovabili. In questo modo, si ottiene il duplice obiettivo di tutelare l’ambiente, contribuendo ad abbattere le emissioni di gas climalteranti, e di contrastare la PE.

Dopo il successo ottenuto a Porto Torres, la  Puglia è stata la prima a implementare il RE su scala regionale, seguita da altre regioni italiane, come il Lazio e la Sardegna. Queste iniziative regionali hanno permesso di testare e perfezionare un modello di intervento originale, fungendo da veri e propri laboratori di sperimentazione per l’adozione, nel 2023, del Reddito Energetico Nazionale (REN).

Il REN si configura come un finanziamento per la realizzazione di impianti fotovoltaici a uso domestico, con una potenza compresa tra 2 kW e 6 kW, a servizio di unità immobiliari di tipo residenziale. Ad esempio, un impianto da 2 kW, sebbene di piccole dimensioni, sarebbe già in grado di coprire una porzione rilevante dei consumi elettrici di una famiglia di 3 persone, contribuendo a ridurre in modo sostanziale la spesa energetica annuale. Maggiore sarà l'autoconsumo dell'energia prodotta, maggiori saranno i risparmi ottenuti. Questo dimostra concretamente il valore della misura, che non solo sostiene le famiglie nel risparmio energetico, ma promuove anche un utilizzo più consapevole e diffuso delle energie rinnovabili, con benefici ambientali e sociali a lungo termine.

I destinatari del REN sono individuati in base al valore dell’indicatore ISEE, il quale non potrà essere superiore ai 15.000 euro o ai 30.000 euro per i nuclei familiari con almeno quattro figli a carico. Inoltre, i beneficiari dovranno essere titolari di un valido diritto reale (proprietà, superficie, enfiteusi, usufrutto, uso, abitazione) su superfici di edifici, unità immobiliari e/o relative pertinenze su cui dovrà essere installato l'impianto per cui si richiede il contributo; nonché essere intestatari del contratto di fornitura di energia elettrica delle utenze di consumo asservite alle unità immobiliari di residenza anagrafica del nucleo familiare.

Infine, l’accesso alla misura è condizionato alla sottoscrizione del c.d. “contratto di reddito energetico”, attraverso cui il soggetto beneficiario si impegna a cedere al GSE gli eventuali crediti maturati dalla vendita dell’energia prodotta e non autoconsumata, per un periodo di 20 anni dall’entrata in esercizio dell’impianto. Tali somme confluiranno, quindi, nel “Fondo Nazionale Reddito Energetico”, che potrà essere alimentato anche mediante versamenti volontari da parte di Amministrazioni centrali, Regioni, Province autonome, altri enti e organismi pubblici e organizzazioni no-profit.

L’istituzione del RE su scala nazionale ha consentito di estendere i vantaggi della misura anche alle regioni che ne erano sprovviste. Allo stesso tempo, però, la sua giustapposizione ai modelli di RE regionale già esistenti solleva alcune problematiche di coordinamento. Ad esempio, la Regione Puglia ha adottato criteri di selezione dei beneficiari significativamente diversi da quelli nazionali, così come diverse sono anche le tipologie di impianti per cui è possibile richiedere il contributo, inclusi il solare termico, il minieolico e i sistemi di accumulo, oltre al fotovoltaico. Il problema principale non risiede tanto nell'eventuale illegittimità costituzionale delle diverse versioni del RE, quanto nella parziale sovrapposizione dei beneficiari e nell'incompatibilità tra il REN e altre forme di finanziamento. Sarebbe quindi preferibile un approccio in cui il REN e i RE regionali fossero complementari piuttosto che concorrenti. Non è un caso, infatti, che la Regione Lazio ha recentemente disposto l’abrogazione del RE regionale per riallocare i fondi a sostegno delle Comunità energetiche.

Un analogo problema di coordinamento emerge anche in relazione ad altre misure nazionali di contrasto alla PE. Si pensi, ad esempio, ai criteri di accesso ai cosiddetti “bonus sociali luce e gas”, che, pur basandosi anch’essi sull’ISEE come parametro per valutare la condizione di fragilità, prevedono soglie diverse rispetto al REN: per quest’ultimo il limite è di 15.000 euro, o 30.000 euro per le famiglie con almeno quattro figli, mentre per i bonus sociali il limite scende rispettivamente a 9.530 euro e 20.000 euro.

Pertanto, un approccio più coordinato e uniforme garantirebbe non solo una distribuzione più equa delle risorse, ma anche un impatto complessivo più forte della misura, evitando frammentazioni che potrebbero compromettere l’accesso equo ai benefici.